Tremonti: le banche pensano più alla finanza che alle imprese

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La delusione del ministro per il rifiuto di Unicredt e Banca Intesa ad utilizzare i bond dello Stato messi a disposizione delle aziende di credito riapre la polemica sulla capacità delle banche di affiancare il sistema produttivo. - di Claudio Pavoni

Le banche che rifiutano i soldi dello Stato per rimpinguare le loro casse, sono la conferma di un sintomo positivo rispetto all’uscita dalla crisi, o la prova che vogliono continuare a fare male il loro dovere? Questo è l’interrogativo al quale si deve cercare di dare una risposta, se si vogliono capire le ragioni dello scontro aperto fra il ministro dell’Economia, GiulioTremonti, e le banche, ma in modo particolare con i due istituti più grandi e cioè Banca Intesa e Unicredit.

Intanto per capire l’oggi bisogna fare un passo indietro e guardare a ieri, ossia a un anno fa, quando sembrava che tutta l’impalcatura mondiale stesse implodendo e il panico ormai diffuso in istituzioni e imprese rischiava di diffondersi anche all’interno delle famiglie. Tutti ricorderanno quale effetto produssero le immagini dei clienti di banche americane, ma anche inglesi, che si accapigliavano davanti alle porte sbarrate degli istituti sul punto di crollare, nel disperato tentativo di recuperare i loro risparmi. In Italia un brivido corse lungo la schiena di molti correntisti al seguito della convinzione che a rischiare di più fossero proprio le banche più dinamiche, quelle maggiormente internazionalizzate.

Unicredit, sulla scia di questa convinzione, da banca apprezzata per la capacità di stare al passo con le corazzate spagnole, tedesche e francesi, nel giro di poche settimane divenne il “colosso dai piedi di argilla” da guardare con sospetto.

Forse chi scrive non sarà stato il solo ad essersi sentito chiedere da amici comprensibilmente preoccupati:”Che devo fare? Devo ritirare i soldi dal mio conto corrente”?Questa era la situazione pochi mesi fa, è bene ricordarlo. Come è bene ricordare che a fermare la valanga fu il provvidenziale annuncio di Barack Obama, appena eletto, di voler alzare una barriera a protezione del sistema creditizio degli Stati Uniti, anche a costo di infrangere per la prima volta il dogma che fino ad allora in quel paese aveva tenuto ben distante l’intervento dello Stato dal liberismo economico. Allora fu concorde il giudizio che la svolta di Obama avesse evitato il ripetersi di una catastrofe ancora peggiore di quella che si era verificata nel ’29.

Inoltre l’abiura degli Stati Uniti al liberismo puro (se si tratta di una abiura momentanea o permanente lo sapremo nei prossimi mesi) offrì a tutte i paesi coinvolti, dall’Europa, alla Cina, alla Russia, una ragione in più per venire in soccorso, con i soldi pubblici, dei rispettivi sistemi creditizi prima ed economici poi.

Il Italia, sulla scia di provvedimenti adottati all’estero, ha elaborato un meccanismo di sostentamento alle banche che si prefiggeva due obiettivi: primo, rassicurare il mercato e la clientela sulla solidità del sistema creditizio; secondo, evitare il “credit crunch”, cioè una strozzatura del credito per le imprese.Nell’operazione il ministro Tremonti ha investito dieci miliardi di euro, messi a disposizione della banche in cambio, per chi li avesse utilizzati, di impegni molto stringenti a partire da un aumento del credito alle piccole e medie imprese .E’ stata una iniziativa che si è conclusa con quattro banche, Banco Popolare, Credito Valtellinese, Banca Popolare di Milano e Monte dei Paschi di Siena che hanno sottoscritto i bond di Tremonti per circa quattro miliardi. Banca Intesa e Unicredit hanno invece detto ”no, grazie” e hanno preferito andare a cercare altrove i soldi di cui hanno bisogno per ricapitalizzarsi. Il rifiuto dei due Istituti principali come tutti sappiamo ha mandato su tutte le furie il ministro. Perché? Intanto c’è una ragione tecnica: secondo i calcoli del ministero dell’Economia, grazie agli impegni che richiedono i Tremonti bond, ogni miliardo di euro, impiegati con questo strumento, fa muovere una massa di credito verso le piccole e medie imprese moltiplicata per cinque.Quindi, fatti i conti, dei previsti cinquanta miliardi da destinare alle imprese, il diniego di Banca Intesa, ne avrebbero fatti decadere trenta.

Con la disoccupazione,indicata da tutti i centri di previsione in crescita e con i piccoli imprenditori alle corde per la mancanza di credito, ecco spiegata l’ira di Tremonti, dicono i suoi estimatori.Quindi tutto chiaro da che parte sta il torto? Nemmeno per sogno. Le banche replicano che i tempi sono cambiati, che i Tremonti bond ora risultano troppo cari. Quindi se vanno a rifornirsi di mezzi freschi altrove prendono due piccioni con una fava: fanno il loro mestiere, che è quello di fare risparmiare gli istituti che dirigono, e consentono allo Stato di non aumentare il debito pubblico. Tanto è vero, aggiungono, che a difendere questa scelta, è sceso anche il Fondo Monetario Internazionale.Tremonti, però, nel suo attacco, apre un altro fronte. Da dove deriva, dice in sostanza il ministro, questa ritrovata salute delle banche? Non certo dagli impieghi, altrimenti gli imprenditori non si lamenterebbero, non certo dai mutui che sono fermi e tantomeno dalla remunerazione dei servizi. Quindi, conclude, evidentemente si sono rimessi a far quadrare i conti con la finanza e quindi stanno preparando il terreno per un’altra crisi. Come era inevitabile lo scontro è diventato anche politico. Secondo gli avversari, il livore del ministro si spiegherebbe invece con la delusione per non aver potuto mettere le mani sulle due più importanti banche del paese attraverso i lacci e lacciuoli incorporati nei Tremonti bond.

Oggettivamente sul campo c’ è una corresponsabilità per quanto è avvenuto nella finanza planetaria e per le conseguenze che questa ha avuto sull’economia reale, della quale banche banchieri si potranno scrollare di dosso molto difficilmente, sotto qualsiasi latitudine abbiano operato. Ma c’è anche il giusto timore che si possa tornare ai tempi in cui le tre “Bin”, proprietarie di Mediobanca, erano gestite come marionette da Enrico Cuccia, che da controllato, senza alcun diritto normativo, si era trasformato in controllore. Ma sullo sfondo c’è soprattutto l’azienda Italia che ha diritto ad un sistema creditizio moderno ed efficiente. Un sistema consapevole che manovra quattrini non propri. Capace di distinguere un giovane imprenditore squattrinato, ma con effettive potenzialità, da un venditore di fumo, ma con forti agganci politici. Se dovessimo fare l’elenco di soldi della clientela dati senza criterio, dai Cragnotti, ai Tanzi, ai Ricucci, ai Coppola, scorrerebbe molto inchiostro.

Riassunto in due parole, quello che oggi potrebbe dare un vero impulso alle imprese italiane sarebbe il passaggio, non solo sindacale: “da bancari a banchieri”. .

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