Siria: il giornalismo indipendente racconta i teatri di guerra sui social network

In Debates and Public Life

<p><em>Voglio rendere omaggio ad un grandissimo giornalista, Gabriele del Grande, che dalla Siria, sotto forma di diario su facebook, ci racconta storie di uomini, donne e bambini che vivono la quotidianità di una guerra terribile. Nessuna testata giornalistica nazionale ha accettato di pubblicare i suoi racconti. Noi ci sentiamo in dovere di farlo perchè amiamo il vero giornalismo e ricerchiamo la verità. Vi invito a seguire il reportaje di Gabriele, esempio di vero giornalismo, fatto di umanità e coraggio.</em></p><p> </p><p style="text-align: left;"><em>di Monica Mureddu <a href="https://twitter.com/promonic" target="_blank">@promonic</a></em></p>

Il Diario di Gabriele del Grande

da Aleppo (Siria)

 

5 settembre 2013

La notte di Aleppo ha il rumore di un capodanno a Napoli. Ma sono bombe e non fuochi d’artificio. Sono tornato in Siria. Di nuovo. Stavolta però senza militari: né del regime, né dell’opposizione. Sono ospite di un coordinamento di attivisti. Tutti civili. Arabi e curdi, musulmani e cristiani. Gli stessi che tre anni fa organizzarono le prime manifestazioni ad Aleppo contro la dittatura. Allora le piazze erano piene di manifestanti, oggi sono cumuli di macerie. Ma loro sono ancora qua. In un quartiere dove la vita va avanti, con un misto di fatalismo e ironia, come se le bombe non esplodessero nella strada a fianco. Della guerra di Obama non si parla granché in giro, se non dei suoi effetti collaterali. La gente sa che gli Usa non vogliono abbattere il regime, perché Israele teme gli islamisti dell’opposizione più di Asad. E si chiedono quale sarà la vendetta di Damasco sulle popolazioni della zone controllate dagli insorti. Anche se è difficile immaginare cosa altro possa utilizzare il regime dopo aver fatto ricorso ai bombardamenti aerei, ai missili Scud, alle armi chimiche… Un anno di combattimenti ha distrutto il paese, causando almeno100mila morti, 2 milioni di profughi e 4 milioni di sfollati. E il peggio deve ancora venire. Perché ogni giorno che passa, insieme agli innocenti sotto le bombe muoiono anche le idee. E quando a parlare restano soltanto le armi, diventa soltanto uno scontro tra fascismi. Ma per fortuna, nonostante migliaia di arresti, gli attivisti siriani sono ancora in fermento. Ieri ho incontrato un ex combattente che ha lasciato l’esercito libero per aprire una radio. Mi ha detto: se non pensiamo a costruire una nuova cittadinanza, è inutile che cada il regime. Ma di tutto questo la stampa non vi parlerà mai. Primo: perché qua non ci viene più nessuno per paura dei sequestri. Secondo: perché a fare titolo sono soltanto le storie scontate, ovvero quelle dei ceceni ad Aleppo o degli iracheni di al Qaeda a Raqqa. ciononostante, io ci provo lo stesso.

 

Voci dalla siria sulla guerra di obama?
hammada è un avvocato e dopo due anni di sangue non crede più alle favole. in piazza dalle prime manifestazioni, non ha mai preso le armi, e oggi è vice presidente di un consiglio di quartiere nelle zone liberate di Aleppo. ecco cosa pensa dell’intervento americano:
“Se gli americani bombardano, lo fanno per i loro obiettivi, non certo per il bene del popolo siriano. Il mondo ha abbandonato la Siria. Centomila morti e non si è mosso nessuno. Tutto il mondo complotta alle nostre spalle. Persino gli Stati del Golfo che dicono di appoggiare la rivoluzione, lo fanno perché hanno un loro progetto in Siria. Non ci aspettiamo niente dal mondo. Non sono neanche convinto che gli americani bombarderanno per davvero alla fine. Se la rivoluzione vincerà o no, dipende soltanto da noi. Se non riusciamo ad essere uniti, non vinceremo. Non si può pensare solo alla fine del regime se poi non abbiamo obiettivi dopo la liberazione. Invece siamo divisi: alcuni combattono, altri fanno il lavoro umanitario, e l’opposizione all’estero a fare le conferenze negli Sheraton. Non sono più credibili. Qui la gente muore ogni giorno sotto le bombe e loro negli alberghi a cinque stelle a spese del Qatar. Ma in Siria non ci mettono piede. La gente non si fida di loro, non ci rappresentano. Se prenderanno il potere sarà solo con la forza. Magari con le bombe americane o con i soldi dei Paesi del Golfo”.

 

Saluti dai bambini di aleppo e da quegli anonimi eroi dei loro maestri e delle loro maestre, che nonostante le bombe hanno deciso di riaprire le scuole nelle zone liberate della città. questa è una classe estiva, perché l’anno scorso per le vie del quartiere si combatteva e le scuole erano chiuse. il 15 settembre riparte l’anno scolastico. un’isola di umanità e intelligenza, nell’inferno della guerra e dei suoi estremismi, da una parte e dall’altra.



Foto di Gabriele del Grande

 

6 settembre 2013
Programma di oggi annullato. il quartiere è sotto i bombardamenti del regime e il tiro dei cecchini. meglio restare al riparo. stamattina ho fatto in tempo a visitare l’ospedale dei volontari del quartiere. due appartamenti trasformati in una clinica improvvisata da un medico e sette infermiere che lavorano h24 volontari da mesi. persone generosissime, un’isola di umanità in una città devastata dalla guerra. le ultime vittime sono una bambina di quattro anni colpita alla testa da un cecchino del regime e una famiglia di padre madre e due bambini sepolti dalle macerie della propria casa crollata sotto i missili dell’aviazione siriana.

Anche stanotte un aereo ha sganciato una bomba nel quartiere, ma fortunatamente è caduta in un’area non abitata, e nonostante la distruzione, per una volta non ha fatto feriti. l’attacco è iniziato mentre eravamo in moschea (un prefabbricato, perché la moschea di ashrafiya è stata bombardata dal regime ed è inagibile) con un amico curdo e un palestinese e stavamo registrando il discorso dell’imam, persona illuminata. a un certo punto ho notato lo sguardo perso di un bambino di pochi anni. il padre era inginocchiato a pregare e lui che gli tirava la giacca per avere conforto. è allora che mi sono accorto degli spari fuori. le stesse strade che ieri erano piene di bambini all’uscita della scuola adesso sono deserte, la gente corre rasente ai muri per evitare di diventare il prossimo bersaglio dei cecchini del regime.

La città è diventato questo: un posto dove quello che vale di meno è la vita. ma quello che dicono tutti è che non cederanno. un medico stamattina mi diceva: “è un prezzo altissimo quello che dobbiamo pagare per la libertà, ma lo pagheremo”. peccato che a pagarlo siano soprattutto i civili e in particolare i poveri, gli unici rimasti in città. anche sulla linea del fuoco.

Ieri ho incontrato una famiglia a duecento metri dal fronte. la loro casa è l’unica ancora in piedi nella strada. tutte le altre sono state abbattute da un missile. “dove dobbiamo andare? – mi dicevano – non abbiamo un’altra casa! non abbiamo un passaporto”. e quando ho chiesto loro dell’intervento americano sono caduti dalle nuvole. soltanto allora ho visto le candele in casa e fuori i pali della luce senza più i cavi di rame. qualche brigata dell’esercito libero ha ben pensato di rubarli per rivenderli sul mercato nero per farsi qualche soldo. e le famiglie rimaste vivono da mesi senza elettricità, senza acqua, senza tv, senza internet e ormai da nove giorni anche senza telefono. il mondo non è mai stato così lontano dalla siria.

E il futuro è ancora più lontano. soprattutto per i più piccoli. quanti dodicenni ho incontrato con il corpo disegnato di cicatrici, e i ricordi segnati dalla morte di tanti compagni di gioco. ma con la guerra l’infanzia dura poco. gli orfani fanno gli inservienti per alzare due spiccioli. oppure prendono le armi e anziché guardare le ragazze, puntano gli occhi sul nemico, prendono la mira e sparano.

Adesso la capite la disperazione dove attecchisce il radicalismo religioso di tante milizie dell’esercito libero?

 

…continua…

 

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