Il diario di Gabriele del Grande dalla Siria – III Parte

In Debates and Public Life

<p><em> Gabriele del Grande, dalla Siria, sotto forma di diario su facebook, ci racconta storie di uomini, donne e bambini che vivono la quotidianità di una guerra terribile. Vi proponiamo dei frammenti in questo terzo e ultimo episodio. </em></p><p> </p><p>di Monica Mureddu - <a href="http://www.twitter.com/promonic" target="_blank">@promonic</a></p>


Il diario di Gabriele del Grande

(da Aleppo, Siria)


9 settembre 2013

Questa sera avrei dovuto raccontarvi della città vecchia di Aleppo, dove ho passato tutto il giorno. Dei suoi hammam secolari devastati dall’incendio che ha distrutto uno dei suq più antichi di tutto il medio oriente, delle volte di pietra distrutte dai colpi di cannone e della grande moschea degli omayadi, la più antica della città, che otto secoli dopo la sua costruzione è semidistrutta: del minareto selgiuchide dell’undicesimo secolo resta un cumulo di macerie, il colonnato e le cupole delle fontane dell’abluzione nella corte sono crivellate di colpi. E invece ho deciso di raccontarvi la storia di una penna. La penna di Iqbal.

Iqbal è un ingegnere di Idlib, ma vive ad Aleppo. L’ho incontrato su un taxi collettivo tornando a casa. Prima che cominciasse la guerra lavorava come impiegato al ministero del petrolio. Ed è sempre sceso in piazza durante le manifestazioni contro il regime del 2011, quando la parola d’ordine era ancora nonviolenza. La penna è di una sua collega. Una ragazza alawita, la minoranza a cui appartengono la famiglia Asad e i suoi uomini di fiducia, che da 40 anni governano con il pugno di ferro la Siria. Gliel’ha data prima di partire. Era l’anno scorso e gli scontri ad Aleppo erano da poco cominciati. Da allora non l’ha più vista. È fuggita a Ladhiqiyah, sulla costa, dove vive la maggior parte degli alawiti. Iqbal guarda la penna, si lascia trasportare dai ricordi per un attimo, poi mi guarda e mi dice: quando la troveranno gli taglieranno la gola.

La guerra siriana non finirà con la fine del regime. Il peggio deve ancora arrivare e sarà la feroce resa dei conti con gli alawiti. E questo è il motivo per cui Iqbal non crede più alla rivoluzione. E non è l’unico. Accanto al partito della pace, di tutta la gente comune che è stanca e basta e che è disposta a barattare la libertà con la sicurezza, cresce il partito dei pentiti. Di chi ieri era in piazza e oggi non sa più con chi stare perché teme che il paese diventi un mare di sangue. Hanno paura di parlare per non passare come traditori agli occhi dell’esercito libero e delle sue corti islamiche. Ma se insisti ti dicono che da quando il movimento per il cambiamento ha preso le armi, sono stati fatti troppi errori. E la storia dei saccheggi fatti in città dall’Esercito libero è il minimo. Quello che più lo preoccupa è il patto con le milizie dei fondamentalisti.

Iqabl non parla del look rivoluzionario dei ragazzi di Aleppo: mimetica e barba incolta che fa un po’ partigiano un po’ jihadista. Non parla dei discorsi degli imam nelle moschee il venerdì che cercano di consolare i fedeli esaltando il valore dei martiri morti in difesa della propria gente. Non parla nemmeno delle milizie dei Salafiti e dei Fratelli musulmani siriani, rispettivamente a libro paga di Arabia Saudita e Qatar e delle relative ambizioni sulla Siria. Quelle le considera armate popolari, di siriani, gente comune e islamisti moderati.

Iqbal parla del Jabhat al Nusra, il Fronte della Vittoria, e del Dawla Islamiya fi Iraq w Sham, lo Stato Islamico nell’Iraq e nel Levante. Due costole dell’organizzazione internazionale di Al Qaeda, i cui combattenti, in parte stranieri, pur rappresentando ancora una piccola minoranza dell’Esercito libero, stanno facendo parlare molto di sé. Per le importanti conquiste militari ottenute grazie ai loro attentatori suicidi, ma anche per il fanatismo religioso con cui stanno governando le zone che amministrano (la città di Raqqa e alcuni villaggi nelle campagne di Idlib e Aleppo), e per la facilità con cui passano a fil di spada ogni sospetto collaboratore del regime. La guerra siriana non finirà con la fine del regime. E forse il peggio deve ancora arrivare.


11 settembre 2013
Quando suo padre ha aperto la porta e se l’è trovato davanti, non credeva ai suoi occhi. E la madre per poco non si è messa a piangere dall’emozione. Perché nella Siria di oggi, non è affatto scontato vedere tornare tuo figlio sedicenne, dopo che è stato ad Aleppo per dieci giorni a ficcarsi nei guai con i suoi amici della radio libera, il coordinamento, e per di più insieme ad un giornalista italiano. Questa volta però la paura è stata più forte. Perché giusto ieri mattina, prima della nostra visita, il padre aveva ricevuto la notizia della morte di suo nipote ad Aleppo, un ragazzo di 25 anni, un civile, ucciso da un mortaio sparato dall’esercito libero contro il quartiere di Sheikh Maqsoud, controllato dalle milizie curde del Pkk. Al funerale non ha fatto altro che pensare al figlio sedicenne ad Aleppo. Che quella notte si trovava con me al di là del fronte, a fianco alle postazioni di tiro delle milizie dell’esercito libero, da dove è partito il colpo che ha ucciso il cugino. Perché la guerra è anche questo. Le armi sono cieche. E non distinguono parenti, amici e brave persone. E questo è il motivo per cui il padre, pur essendo fiero del figlio e dei suoi ideali, vuole vedere al più presto finire la guerra. Prima che finisca sotto terra anche lui insieme ai suoi ideali.


13 settembre 2013

Qualcuno in rete si chiede quali loschi figuri finanzino i miei viaggi. Forse non sa che mentre la stampa italiana muore di vecchiaia e privilegi, è nato un nuovo giornalismo. Un giornalismo povero, fatto di pochissimi soldi e di occhi nuovi. Gli occhi di tanti ragazzi e ragazze che viaggiano a piedi, senza redazioni alle spalle, senza scorte e senza grandi alberghi, senza traduttori e senza militari. Gente che anziché cercare un fixer chiama un amico. Perché i posti che racconta sono luoghi che conosce, che ha gustato, vissuto, amato. Ne conosce la lingua, i sapori, la storia. E condivide passioni e dolori delle persone con cui viaggia. Cercando sempre l’universale, l’umanità, le storie che fanno la Storia. È un giornalismo post-coloniale. È il giornalismo della nostra generazione. La prima generazione (in Italia) di cittadini del mondo. Giovani scrittori e registi che agli stereotipi coloniali dei racconti egemoni riprodotti in buona fede dai vecchi corrispondenti, preferisce l’ascolto, la sorpresa, le storie. Ragazzi e ragazze che, nonostante la censura e la depressione delle varie testate, cercano parole nuove con cui raccontare il mondo. Perché i mondi vanno detti e vanno ripetuti, affinché esistano veramente.

 



14 settembre 2013

Mohamed lo capisci da come guarda la ragazza in rosa del tavolo a fianco al nostro, che sono dieci mesi che non esce da Aleppo. Le curve dei suoi seni gli riempiono di bellezza gli occhi rossi di stanchezza eppure avidi di vita. Ieri non ha dormito per passare clandestino a piedi in turchia. L’abbiamo recuperato noi di qua dal valico e l’abbiamo portato a Gaziantep a scolarci una bottiglia di raki per festeggiare la sua prima libera uscita dopo trecento giorni di bombe e di sangue. Mohamed ha diciannove anni. L’avevo conosciuto sei mesi fa ad aleppo. Avevamo passato una sera a cantare e ballare intorno a un narghilé con un gruppo di ragazzi curdi dell’esercito libero insieme un musicista amico loro, rientrato dall’Iraq con un buzuq nuovo. Questa notte Mohamed, per la prima volta da dieci mesi, dormirà senza il suono delle bombe e sognerà l’amore della ragazza in rosa, e avrà il volto di Rita che ha lasciato a Damasco un anno fa, prima che mollasse il liceo e si venisse a arruolare volontario nell’esercito libero. E quando domani mattina si sveglierà con il cerchio alla testa della sbornia, sarà già tempo di ripartire per Aleppo. Senza valigie, perché viaggiano leggeri i ragazzi dell’esercito libero. E con una nuova missione. Che per una volta non avrà niente a che fare con le armi. Perché Mohamed sta pensando di dedicarsi ad altro. L’obiettivo del viaggio è montare un’antenna sulle colline di Dar Ta’izzah. Il materiale è già pronto. Presto le trasmissioni della prima radio libera arabo-curda raggiungeranno le case di Aleppo e di Afrin. Per raccontare la guerra. E per aiutare i cittadini siriani a immaginarsi un futuro diverso. Libero dal regime. Ma libero anche da tutti i mostri che la guerra ha generato sul fronte dell’opposizione. Io invece mi sveglierò sulla strada di casa. Anche questa volta sono riuscito a scamparmela. Un paio di giorni di riposo e potrete leggere le storie di questo mio ultimo viaggio in italiano sul sito di fortress europe e in inglese e tedesco sulla stampa estera.

 

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