Il diario di Gabriele del Grande dalla Siria – II Parte

In Debates and Public Life

<p><em> Gabriele del Grande, dalla Siria, sotto forma di diario su facebook, ci racconta storie di uomini, donne e bambini che vivono la quotidianità di una guerra terribile. Vi proponiamo dei frammenti in questo secondo episodio. </em></p><p> </p><p>di Monica Mureddu - <a href="http://www.twitter.com/promonic" target="_blank">@promonic</a></p>

Il diario di Gabriele del Grande

(da Aleppo, Siria)


7 settembre 2013

Quando nour, un ragazzo di quattordici anni, si è presentato a mezzanotte con in mano un vestito bianco da sposa, non ho capito bene cosa avesse in mente. ho pensato a uno scherzo. quando però ha cominciato a tagliarlo a strisce con un coltellaccio da cucina, mi sono ricordato che quelle bende bianche ricamate le avevo già viste oggi strette sulla fronte dei ragazzi delle brigate del quartiere. è un segnale di riconoscimento. i medici dell’ospedale clandestino sono stati categorici: senza la striscia bianca non vi muovete da qui. così abbiamo stretto il nodo dietro la testa e ci siamo tuffati nel buio della notte per tornare a casa, dopo 12 ore bloccati in un appartamento sul fronte, sotto il fuoco incessante dell’artiglieria del regime e delle forze curde lealiste del pkk.

Attraversare una città nel buio più totale è una strana sensazione. in cielo ho subito riconosciuto il toro, poi le pleaidi, poi un esplosione pazzesca nella strada a fianco, un cancello da scavalcare, un altro, il fiato corto, un giardino, un altro botto, macchine che corrono a fari spenti, e una raffica di colpi. l’ennesima. stavolta però erano colpi delle brigate dell’esercito libero, che dal nostro quartiere rispondevano al fuoco nemico.

Peccato che anche nelle aree lealiste di aleppo abitino dei civili. la maggior parte dei quali non ha altro partito che quello della pace. e anche dall’altra parte del fronte cadono vittime innocenti sotto il fuoco dei rivoluzionari. oggi è toccato ad una famiglia di quattro persone, uccise da una bomba dell’esercito libero caduta nel quartiere da dove ci stavano bombardando. vittime innocenti tanto quanto il quarantenne freddato sotto casa nostra questa mattina da un colpo alla testa sparato da un cecchino del regime.

Storie di ordinaria violenza, che ad aleppo non fanno nemmeno rumore. la morte è diventata quanto di più banale possa accadere. talmente banale che oggi abu motad mi chiedeva perché ci tenessi tanto a raccontarla. “il mondo non si è mosso per 120mila morti, non si è mosso per 2milioni di rifugiati, non si è mosso per le stragi di civili sotto i bombardamenti aerei, non si è mosso per le stragi di civili sotto i missili scud, non si è mosso per le armi chimiche… cosa altro vuoi raccontare? siamo soli, il nostro sangue non ha valore agli occhi del mondo.”

Mentre mi parlava, io lo guardavo, sdraiato su una brandina in mutande con una pallottola nel petto e due in una gamba. salvo per un pelo e già pronto a tornare sul fronte. con tutto l’idealismo dei suoi 23 anni, e con tutta la rabbia di uno studente universitario che due anni fa era in piazza a manifestare, e che dalla piazza si è ritrovato in galera sotto i ferri della tortura. Tre mesi di carcere sono bastati a convincerlo, una volta uscito, a mettere su una brigata con una ventina di ragazzi e ragazzini armati di pistole e kalashnikov comprati con i risparmi di casa per vendicare il sangue di tutti i cari che hanno perso in questa guerra.

Quanto è pericolosa però quella voglia di vendetta. Sì perché per i ragazzi di questa armata popolare che è l’esercito libero, la guerra non è soltanto un’avventura totale, collettiva e iniziatrice. Ma è anche un delirio di potere. Quanti ragazzi ho già sentito vantarsi in questi giorni di quanti ne hanno ammazzati: “Forse il terzo si è salvato, ma almeno due li ho stesi”. Sembrano cacciatori che parlano delle loro prede. Sembra tutto un gioco, ma è il rischio più grande. E cioè che la guerra trasformi tanti partigiani idealisti in dei piccoli mostri.


La foto è di Bushkin, uno dei ragazzi che accompagna Gabriele

 

8 settembre  2013

Da tre giorni, il quartiere di Ashrafiya è teatro di pesanti scontri tra le brigate dell’opposizione e l’esercito del regime. Per uscire c’è una sola strada e passa sotto il tiro dei cecchini del Pkk, gli indipendentisti curdi che ad Aleppo stanno con il regime. Stamattina decidiamo finalmente di provarci. Sarà che dopo tre giorni impari a correre forte mentre attraversi le strade, per non dare il tempo ai cecchini di prendere bene la mira. O sarà che dopo tre giorni ti abitui al sibilo delle pallottole sopra la testa. E a un certo punto non ci pensi più. Sul rimorchio del camion saliamo con altri sei passeggeri, tutti civili, abitanti del quartiere, che ogni giorno fanno questo tragitto anche solo per andare a fare la spesa. Nonostante la ruggine e il grasso, ci sdraiamo nel cassone, appiattendoci sulla schiena il più possibile, perché le sponde di ferro ci proteggano. E così, con gli occhi immersi nella luce bianca del cielo di mezzogiorno, partiamo a tutta velocità sulle buche della strada sterrata.

Un attimo dopo, e siamo in altra città. Seduti su un minibus e bloccati in mezzo al traffico. Per la prima volta da quando sono arrivato, rivedo le folle nelle strade, i mercati, la vita. Ci addentriamo nei vicoli del mercato del quartiere popolare di Bustan al Qasr. Odore di cumino e polli allo spiedo, e sotto gli ombrelloni delle bancarelle del mercato pile di pomodori, cocomeri, melanzane e cetrioli. Sui marciapiedi i meccanici riparano bici e motori, dal barbiere c’è la fila, gli shawarma colano grasso sugli spiedi accesi, e le ragazze nei negozi di abbigliamento a scegliere i vestiti e fare gli occhi dolci. Dei ragazzi dell’esercito libero neanche l’ombra.

Un uomo in bici ci taglia la strada, sul portapacchi è seduto il figlio di pochi anni con un cono di gelato in mano. Intanto in mezzo alla folla, un ape con la stella taroccata della Mercedes in bella vista, si fa avanti a colpi di clacson per piazzare il suo carico di fichi d’india. Dall’altro lato della strada, una donna si ferma un momento all’ombra di un albero e con una mano si accarezza la pancia, sarà al sesto mese. Di tutte le donne del mercato, è quella che più mi colpisce. Mi chiedo cosa ci sia dietro a quella gravidanza. La scelta di resistere, di non andarsene e addirittura di mettere al mondo un figlio in una città che ogni giorno si mangia la vita di decine di ragazzi sotto le sue bombe. In realtà, credo che ci sia ben poco di romantico o di rivoluzionario nella scelta di restare. La verità è più semplice: per i poveri non c’è altra scelta se non quella di restare. All’idea di morire ci si abitua in fretta. Ormai ad Aleppo non c’è niente di più banale.

Persino i parchi sono diventati dei cimiteri. E ai bambini sembra normale giocare tra le tombe. Nel parco giochi di Bustan al Qasr c’è addirittura una fossa comune. Ci sono sepolti gli 85 martiri del fiume, tutti civili giustiziati nelle carceri del regime e abbandonati alle correnti del fiume in un giorno di piena del gennaio scorso. Sulla maggior parte delle lapidi non c’è scritto niente, sono semplici pietre conficcate nel terreno. E il motivo è che la maggior parte delle vittime non sono mai state identificate. I bimbi e le bimbe giocano lì, a pochi metri di distanza, sulle altalene e gli scivoli del parco, come se fosse tutto normale, come se la vita alla fine fosse più forte di qualunque cosa.

Per capire quanto sia forte la rimozione collettiva del pericolo, basta spingersi più avanti nel mercato di Bustan Al Qasr. E avvicinarsi a quello che è l’unico punto di contatto tra le due città. Lo chiamano semplicemente il ma3bar, il passaggio. Ma è molto di più. È il confine tra la città del regime e la città degli insorti. Da qui passano commercianti in cerca di affari, parenti dei feriti negli ospedali, impiegati che vanno al lavoro, spie e futuri attentatori. E da quando un mese fa le brigate dell’opposizione sono riuscite a circondare la città e a tagliare i rifornimenti dell’esercito, il ma3bar è stato letteralmente preso d’assalto. L’assedio ha portato alle stelle i prezzi dei beni di prima necessità nei quartieri del regime. E così, da quei quartieri ogni ora migliaia di persone vengono a fare la spesa nelle zone liberate di Aleppo, e con loro fanno affari d’oro i commercianti di questo che era un modesto mercato di un quartiere popolare, e che grazie alla guerra è diventato il più grande mercato della città.

Passa così tanta gente, che il regime non riesce a controllare chi entra e chi esce. L’unico modo che ha per tentare di frenare questo flusso è il terrore. Mi basta alzare lo sguardo sopra i tetti delle case a due piani intorno al mercato per capire di cosa si tratta. Alti nel cielo si slanciano un grande minareto e la torre del palazzo comunale. È da lì che i cecchini del regime sparano sulla folla. Un paio di volte al giorno. L’ultima stamattina: tre morti sul colpo, il panico intorno, la ressa della fuga in cerca di un riparo e poi, dopo un paio di minuti, tutti al mercato come prima.

Perché preoccuparsi? Dopo più di centomila morti nelle città siriane, in gran parte civili, la gente ha imparato a convivere con l’idea di morire. E a provarlo non sono soltanto i mercati affollati e le donne incinte, ma anche i rifugiati che lasciano i campi profughi in Turchia per tornare ad Aleppo e, ancora di più, i matrimoni. Majed mi dice che sposarsi non è mai stato tanto economico come adesso. Con mille euro si paga la dote, e non c’è neanche bisogno di fare grandi feste. I ragazzi e le ragazze sanno che potrebbero morire l’indomani, e le famiglie acconsentono più facilmente ai matrimoni. Dieci giorni fa, i ragazzi di una brigata dell’opposizione hanno fatto una festa collettiva: in un giorno solo si sono sposati in 25 coppie.

Aleppo è anche questo. Una città che vive nell’oblio del suo stesso presente. Ma è soltanto un’illusione, una sorta di delirio collettivo. Perché poi basta girare l’angolo e trovarsi circondati da bambini di strada, gli occhi stanchi e le mani nere allungate per chiedere un boccone di pane. Basta girare l’angolo e vedere le ruspe tra le macerie di due palazzi di otto piani crollati sotto un missile sganciato dall’aviazione del regime lo scorso 16 agosto 2013. Il bersaglio era la scuola di là dalla strada, al cui interno ha sede una brigata dell’opposizione. Ma il pilota deve avere sbagliato la mira. E i due vecchi palazzi sono letteralmente collassati su se stessi. Per tirare fuori i cadaveri dalle macerie, ci sono voluti 20 giorni di lavoro con le ruspe. Alla fine il conto è arrivato a 200 vittime. Quasi tutte donne e bambini, gli unici che a quell’ora del primo pomeriggio erano in casa.

Ma ancora una volta, la vita va avanti. E quelli del palazzo a fianco, anziché fare le valigie hanno preso cazzuola e cemento, e si sono messi al lavoro per chiudere le voragini causate dall’esplosione.

Adesso capisco perché ogni volta che in strada chiedo cosa ne pensano della guerra di Obama, la gente scuote le spalle. La verità è che non gliene potrebbe fregare di meno. Primo perché hanno perso la fiducia nel mondo interno, che da due anni assiste inerte al loro massacro in diretta satellitare. Secondo, perché ognuno di loro potrebbe morire anche oggi. Magari mentre state leggendo questo articolo. La guerra è già qui.

 

 

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