ARTIGIANATO: CI SONO 50 MILA POSTI DI LAVORO MA NESSUNO LI VUOLE

In Science and Society

Lo scorso anno le aziende artigiane hanno impiegato mediamente quattro mesi per reperire un lavoratore con le caratteristiche richieste dall'offerta di impiego. Non si trovano saldatori, elettricisti, decoratori. Ma anche piastrellisti, carpentieri, parrucchieri. E così, mentre c'è gente che in un momento di disperazione si dà fuoco perchè ha perso il lavoro, l'Italia si permette di lasciare vacanti 50 mila posti di lavoro ben retribuiti e, nella stragrande maggioranza dei casi, con contratti a tempo indeterminato. - di Claudio Pavoni

Alla base di questa schizofrenia del sistema, spiega la Confartigianato, c’è una disaffezione forte dei giovani nei confronti di occupazioni ritenute poco stimolanti e antiquate. Nell’immaginario collettivo l’artigianato è infatti ancora concepito come un lavoro di bottega. “E’ vero invece il contrario – ha precisato recentemente Marco Colombo, presidente dei giovani industriali della Confartigianato- oggi le imprese artigiane vivono di tecnologia, investono in ricerca e innovazione, anche perchè non riuscirebbero a stare in piedi viste le piccole dimensioni”.

La difficoltà di trovare nuovi assunti riguarda soprattutto l’edilizia, almeno in termini di incidenza percentuale sul totale dei nuovi dipendenti: in questo settore nel 2008 è stato difficile trovare il 36 per cento dei neoassunti, contro una media complessiva del 32 per cento. Inoltre le imprese artigiane promettono bene anche in questo “orribile 2009”: nove artigiani su dieci non prevedono variazioni nel numero dei loro dipendenti, mentre il sette per cento conta di aumentare l’organico e solo il 4 per cento conta di diminuirlo. Sono cifre che dovrebbero mettere in guardia chi, anche se in buona fede, ritiene che i posti di lavoro falcidiati dalla crisi possano essere recuperati con interventi generalizzati del tipo “piano casa”.

Il sistema produttivo italiano è fatto di medie e piccole aziende e di imprese artigiane. E’ facile rendersi conto che operare dei correttivi su un tessuto così parcellizzato è molto più complicato che agire sul corpo omogeneo delle industrie di grandi dimensioni. Ma la scommessa per uscire dal tunnel in Italia si gioca su questo terreno, non su altri. E’ concepibile, allora, che davanti a quei 50 mila posti che rimangono vuoti nell’artigianato, con grave danno sia delle imprese che dei lavoratori, si continui a giustificare i giovani che rifiutano uno stipendio da 1800-2000 euro netti al mese dicendo che sono vittime di “luoghi comuni”‘? Ma che aspettiamo ad eliminarli, questi “luoghi comuni”? E’ così difficile spiegare, a chi esce dalle scuole professionali o dagli istituti tecnici, che anche mestieri tradizionali come l’elettricista o l’idraulico non sono più quelli di una volta?.

Che oggi anche il lavoro manuale richiede l’accompagnamento di un adeguato supporto di conoscenze tecnologiche? Che il perito meccanico è un tecnico al quale non è richiesta una prestazione di fatica, ma è un esperto di macchine a controllo numerico specializzato?. E’ poi così difficile chiedere ad un contenitore della televisione pubblica, che in mezzo a tante chiacchere tirate per i capelli, si introduca il principo che si ci si possa costruire un futuro di successo, oltre che con l’ugola o la danza, anche con il lavoro? “I giovani non vengono formati adeguatamente per soddisfare le nostre richieste”, si lamentata la Confartigianato. Affrontando il problema della formazione nessuno può dimenticare che il capitolo “formazione” ha purtroppo occupato una posizione di rilievo nei processi di tangentopoli. Ma anche escludendo il malaffare, c’è una istituzione in grado di sapere quale formazione si fa attualmente in Italia. Chi la fa. Come la fa?

La formazione è stata messa completamente nelle mani delle Regioni, e forse è giusto così. Ma fra le innumerevoli Autorty non era il caso di crearne una capace di monitorare, a livello nazionale, un aspetto così importante per il futuro dei giovani? “C’è un forte scollamento fra il mondo delle imprese e della scuola”, rincara la dose la Confartigianato. Ma chi, fra le istituzioni, dà l’impressione di voler ascoltare questo appello, che inoltre sentiamo ripetere invano da decenni? Nelle università sono migliaia i corsi di laurea, e non raramente riguardano temi a dir poco stravaganti.

Perchè a nessuno, fra conservatori e riformisti del mondo accademico, è venuto in mente di avviare un corso di laurea breve, al termine del quale un giovane, avendo imparato un “vecchio-nuovo” mestiere, possa essere in grado di aprire una attività in proprio? Se qualcuno si decidesse in questo senso avremmo artigiani in grado di conoscere, oltre al mestiere (magari tramandato dai vecchi maestri, prima che scompaiono del tutto) anche l’economia, l’informatica, le lingue. E’ una ipotesi strampalata? O il mezzo per eliminare quel “retaggio culturale” che tiene lontani i giovani dal lavoro artigianale e che in sostanza vuol dire: rifiuto dei giovani di andare a fare un lavoro ritenuto di “serie B”? Ma poi c’è niente di più strampalato di quei 50 mila posti di lavoro rifiutati, mentre le fabbriche chiudono e si rischia di passare da una generazine di precari ad una generazione di disoccupati?

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